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Prima o poi si scrive un libro.

Sembra che questo accada tra i 40 e i 50 anni. Alcuni sostengono che sia un bisogno – possiamo discutere se innato o indotto – e che l’effetto sia confrontabile con quello di una psicoterapia.

Facilmente possiamo diventare APS (autori a proprie spese), possiamo pubblicizzare la nostra opera attraverso la rete, i social network e i parenti, possiamo stamparlo e guardare da fuori il bilancio della prima metà della nostra vita.

Ci raccontiamo una storia di noi stessi, forse è quella che avremmo voluto essere quella vera e quando scriviamo la parola fine possiamo finalmente dirci: “oggi è il primo giorno del resto della tua vita” (Lester Burnham – American beauty).

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Spesso in azienda ci sentiamo dire: il capo non condivide le informazioni, non c’è comunicazione, si comunica male. Talvolta viene la tentazione di proferire la frase trita del formatore “quando la nave affonda non si può indire una riunione” e timidamente viene l’idea che forse, ogni tanto, bisognerebbe avere la capacità semplicemente di obbedire.

I fatti recenti che leggiamo sui giornali in questi giorni ci riportano a queste riflessioni ma dall’altro punto di vista: la capacità di comandare. Un verbo a cui talvolta diamo una accezione negativa: ”vuole sempre comandare”. Lo dice anche mio figlio dei suoi compagni, talvolta lo dice anche a me instillandomi dubbi sulla la mia capacità di mantenere quel minimo di autorità genitoriale che penso sia ancora necessaria a crescere più o meno sani di mente.

Comandare è difficile, presuppone l’assunzione della responsabilità di ciò che si ordina – ancora le questioni su autorità e autorevolezza – una certa “etica” del comandare, dei valori. Se mancano questi ingredienti non si ottiene l’obbedienza: ancora una volta la legge di azione e reazione: chi non sa comandare non otterrà obbedienza, penso sempre più spesso che dobbiamo imparare di nuovo a comandare e obbedire.

Sto preparando una giornata di formazione sul fare coaching in azienda. Certo bisogna occuparsi degli aspetti personali, gli stili relazionali, l’empatia e l’autoconsapevolezza, ma tutto questo in cosa lo possiamo inquadrare?

Qual è la cornice, il perimetro, lo spazio che contiene? Cosa da significato a quella cosa che chiamiamo coaching?

Se partiamo da quello che vogliamo ottenere anziché da quello che dobbiamo fare possiamo dire che vogliamo ottenere una trasformazione dei comportamenti della persona.

Il coaching, quindi è un progetto, come tale lo posso gestire avendo anche l’incomodo di guardare e misurare.

Solo sapendo dove vogliamo andare potrò dare un senso ai risultati che, eventualmente, otterremo.

La domanda mi si prospetta quando scopro – passatemi la mia ingenuità sul mondo dei blog – che c’è un blog per avere suggerimenti su cosa scrivere nel proprio blog, cose tipo: preferisci la mamma o il papà? E perchè?

Be’, considerando che questo è un primo esperimento di pubblicazione sul blog direi che è autoreferenziale.